Che colore ha il vento?


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La simbologia dell’Albero: Il Fallo Universale

Simbolo per antonomasia del Natale è il famoso albero, l’elemento che simboleggia, al di là della fede religiosa, in ogni casa, in ogni città la mistica festa. L’albero si presenta adorno di luci e illuminazioni, decorazioni, fili illuminazioni e sfere colorate, addobbi di gioia che, riscaldando il cuore delle persone, evocano tradizioni pagane legate alla fertilità e alla procreazione che ancora oggi vengono ripetute anche se mascherate sotto differenti e spesso consumistici significati. Per diversi studiosi l'albero di Natale avrebbe una derivazione nordica, specialmente germanica, legata al culto arboreo. In realtà l’origine della tradizione è ben più antica e diffusa tra tutti i popoli Indoeuropei. Moltissimi sono gli esempi di alberi antropogonici e cosmogonici, tra gli indiani troviamo il Kalpadruma o Kalpavriksha, i persiani adoravano Haoma, mentre tra gli scandinavi e i sassoni ritroviamo rispettivamente l’Yggdrasill e il Irminsul. Non sarebbe azzardato ammettere, data la simbiosi tra elemento vegetazionale e divinità maschile, in particolare lo spirito arboreo, che la venerazione arborea nasce come rappresentazione dell’elemento fallico e dunque della potenza creatrice del dio maschile. Del resto non vi è tradizione o mito che non annoveri il Dio come figlio arboreo. Un esempio potrebbe essere il mito di Osiride, intrappolato e fatto a pezzi dal malvagio Seth sulla cui cassa di legno sarebbe cresciuto un albero di melograno che poi sarebbe stato tagliato e disperso, l’elemento di resurrezione dalla morte che, sotto forma di zed, era rappresentato nei sarcofagi proprio con il compito di riportare in “vita” il defunto. Sempre l’albero è presente in un altro mito di morte e resurrezione, quello di Adone che amato follemente da Cibele, si evirò togliendosi la vita proprio sotto un pino e festeggiato ogni anno dai suoi sacerdoti, i sacri “dendrofori” che dovevano portare in processione un albero di pino rivestito di bende. “…stimulatus ibi furenti rabie.vagus animi,devolsit ilei acuto sibi pondera silice…”. Potremmo continuare per moltissime pagine a descrivere miti e tradizioni che parlano di alberi sacri e di divinità che muoiono e risorgono, storie di questo tipo sono presenti in tutte le culture, interessante ad esempio è soffermarci tra le tradizioni nordiche ove incontriamo il famoso Frassino Universale Yggdrasil, l’albero al quale rimase appeso Odino per raggiungere la conoscenza e tra le cui radici ancora oggi, tra mille luci si trovano i “doni” natalizi che ancora simboleggiano la sua generosità.
“…So che restai appeso ad un albero sferzato dal vento per nove notti intere, ferito da una lancia e consacrato ad Odino, offerto da me stesso a me stesso;I piu’ sapienti non sanno da dove nascono
Le radici di quell’albero antico. Non mi confortarono con il pane, ne’ mi porsero il corno per bere; Guardai verso il basso,afferrai le Rune, gridando le afferrai;caddi dall’albero. Appresi nove canti di potere Dal figlio famoso di Bolthor, padre di bestla, ed ebbi un sorso del prezioso idromele misto con magico Odrerir. Poi diventai dotto, sapiente,crebbi e prosperai: parola da parola mi diedero parole; azione da azione mi diedero azioni…”
Come nell’antica religione legata alla fertilità e alla procreazione, anche in rituali successivi elemento arboreo rimane simbolo fallico, il “priapos” o se vogliamo, l’albero della vita. Con l’avvento del Cristianesimo i culti naturali iniziano ad essere demonizzati, un classico esempio è la trasformazione dei rituali di fertilità nei sabba stregoneschi. La cerimonia infatti si teneva attorno al mistico noce, l’albero dalla grande chioma, non scelto a caso ma a per i suoi frutti che tanto ricordano i pomi degli antichi miti nordici. Uno dei più famosi alberi di noce legati alle streghe è quello di Benevento, i cui primi rituali risalgono al VII sec. quando si narra che i Longobardi praticassero un rito propriziatorio appendendo al noce delle palle di caprone e per poi colpirle con delle frecce e ridurle in piccoli brandelli che poi venivano mangiati. Anche in questo caso però l’arma migliore per sconfiggere questi antichi culti è il sincretismo e così San Bonifacio, nel VII secolo, trasferisce l'adorazione dell’albero nel mondo cristiano identificando l’abete sia con la vita eterna per il suo carattere sempreverde, sia con il legno della croce di Cristo. La leggenda vuole che sarà Lutero il primo a porre delle candele sull’'albero di Natale, per poi arrivare ai giorni nostri ove l’albero si presenta adorno di luci e illuminazioni, decorazioni, fili colorati e nastri che ricordano i capelli delle fate o le illuminazioni.

L’albero e i rituali di Fertilità

Se l’albero è dimora divina, in una similitudine con i rituali di mietitura esso doveva essere battuto, percosso o addirittura bruciato per assicurare la fuoriuscita dello spirito silvestre e dunque la fertilità. In questa ottica si inserisce l’usanza dell’accensione dei fuochi e del ceppo natalizio. Queste tradizioni nascono da una idea basata sul concetto che il simile produce il simile. Infatti come detto precedentemente questo è il periodo in cui il Sole raggiunge il suo punto più basso e il suo calore diminuisce sensibilmente, così in questo momento di generale sgomento e paura il primitivo immagina che, accendendo fuochi o falò su colline e montagne egli potesse in qualche modo rinvigorire l’astro e riportarlo al suo primordiale splendore. Questa idea è presente in moltissime culture e anche in molte altre tradizioni differenti dal Natale ma, in questo momento dell’anno essa assume un carattere un po’ differente, esso diventa un rituale domestico forse anche a causa delle intemperie che costringevano le famiglie nelle loro abitazioni e ben difficilmente potevano riuscire ad accender fuochi all’esterno. La tradizione vuole così che qualche giorno prima della Sacra Notte ogni esponente maschile della famiglia andasse nei boschi per tagliare alberi di ulivo, betulla, abete o quercia, per poi arderli nel fuoco trasformandoli appunto in “ceppi” natalizi. L’idea di portare così nella propria casa un albero per poi bruciarlo diventa così un’altra spiegazione dell’usanza del famoso abete, del resto le stesse luci di cui oggi l’albero viene addobbato potrebbero ricordare appunto questo fuoco rituale e i doni deposti sotto di esso il suo carattere fecondatore e portatore di gioia. Questa idea non è in antitesi con il concetto espresso precedentemente della simbologia fallica, infatti il primitivo, portando a casa il ceppo, porta una parte di quello spirito arboreo che, dimorando nei boschi, rimane nel pezzo di legno fino ad esser bruciato, o meglio, “sacrificato” per poter rinascere dalle proprie ceneri come novella fenice. Del resto basta guardare le tradizioni popolari per capire come esso avesse poteri propiziatori. Si narra che le sue ceneri erano disperse nelle campagne le rendessero più fertili, tradizione che ritroviamo anche in Inghilterra o in Francia ove vi era l’usanza di picchiare sul ceppo per augurio di fertilità. In diverse zone italiane il giorno di Santo Stefano aveva luogo il rituale di battitura delle piante da frutto eseguita di solito da un bambino che, munito di bastone, andava battendo la pianta recitando ad alta voce una specie d'invocazione. Tradizione simile è presente poi anche In Val di Chiana ove, la sera della Vigilia di Natale, le famiglie si riunivano attorno al ceppo di legno. I bambini, bendati, erano così fatti battere con le molle sul tronchetto mentre intonavano una canzone dedicata alla Vergine Maria. In Germania questa tradizione è applicata anche agli alberi viventi che vengono battuti per avere ricchezze. L’albero natalizio diventa così il ceppo dell’abbondanza in un rituale che è rimasto intatto nel folklore e nelle tradizioni popolari. In Toscana le case rimangono aperte agli ospiti per tutto il tempo in cui il "ciocco" arde nel camino, mentre i bambini battevano il ceppo con delle canne nella speranza di veder cadere dal camini dolcetti e caramelle sapientemente disposte di nascosto dagli adulti, in Friuli il ceppo natalizio è chiamato nadalìn e ancora a Genova veniva acceso il ceppo della città al quale si offriva vino e confetti, idea di una ospitalità e di prosperità che ritroviamo proprio tra i bei pacchi ricchi di lustrini dei nostri giorni.

Andrea Romanazzi